Università Cattolica del Sacro Cuore

Per fortuna che c´è la domenica

Il documento del Papa sul tema della domenica e della festa - temi sui quali è ritornato anche domenica nella visita a Borno - è stato riportato con notevole evidenza da quotidiani e televisioni ma con un rispetto più formale che sostanziale. Quasi nessuno ha sentito il bisogno di andare al di là della notizia del documento pontificio e di soffermarsi sulla sostanza. E sì che l´estate e le ferie avrebbero offerto l´occasione per suscitare almeno un bel dibattito di stagione con contorno di interviste e sondaggi. Difficile negare infatti che la questione del tempo della festa rispetto al tempo del lavoro riguardi tutti. Se si è preferito lasciar perdere bisogna pensare allora che la questione sia stata trascurata non perché banale o peregrina, bensì perché troppo importante: una di quelle su cui è meglio non disturbare il manovratore.

Non c´è dubbio che dal punto degli interessi economici la domenica sia un intralcio all´ordinato svolgimento delle attività produttive. Fatti salvi i tempi di riposo individuali poter disporre del tempo secondo un ritmo binario continuo - lavoro, non lavoro - senza dover saltare un giorno ogni sette e magari senza dover tener conto delle feste mobili - quando cade la Pasqua quest´anno? - sarebbe una bella semplificazione. Non a caso nei Paesi del fu socialismo realizzato che delle esigenze dell´economia avevano fatto un dogma si era arrivati a limitare a mezza giornata la settimana il tempo collettivo di non lavoro. E meglio al sabato, così da scoraggiare eventuali nostalgie religiose domenicali.

Allo stesso risultato si può arrivare anche rendendo la domenica una giornata come tutte le altre: negozi aperti dunque e - come negli Stati Uniti - via in macchina ai grandi templi del consumo, i giganteschi malls subito fuori città dove si può trovare di tutto in quantità e formati industriali. Se proprio non si può rendere la domenica lavorativa, almeno che gli affari continuino ad andare e il lavoratore si faccia consumatore, e non si distragga con altri pensieri. L´ostilità al tempo della festa per la verità caratterizza tutta l´età della modernità. Dalla polemica settecentesca sull´eccesso delle feste di precetto, prontamente ridotte, fino alla recente abolizione, perché incoraggiavano i ponti, di quelle poche sopravvissute - come i Morti, Santi Pietro e Paolo, l´Epifania no perché i romani hanno piantato i piedi e costretto il Governo a far marcia indietro - si può trovare una linea continua.

Certo la modernità ha inventato, o meglio diffuso, le ferie e la villeggiatura. Ma altro è la festa, altro un periodo di riposo coatto - non si possono non fare le ferie - funzionale anche al miglior rendimento lavorativo successivo. Persino nei Paesi che negavano la domenica, le feste non mancavano. Nella Germania orientale si arrivava al punto di falsificare le previsioni meteorologiche per le feste nazionali così da evitare che la prospettiva del tempo cattivo scoraggiasse la partecipazione popolare alle cerimonie ufficiali.

Dunque la festa ha un significato che va oltre l´opportunità fisiologica del riposo. Il tempo della festa segnala un´interruzione del ritmo ordinario della vita e impone di levare gli occhi oltre la quotidianità. Il sabato ebraico con le sue minuziose prescrizioni - i famosi trecento passi e non di più, il divieto di lavoro anche per gli animali - è esemplare, così come lo era, e in parte ancora lo è, la domenica inglese. L´impossibilità di svolgere qualunque attività serve a favorire, imporre quasi, pensieri e gesti diversi da quelli ordinari. Gesti di fede religiosa per chi crede; ma la festa è una opportunità di riflessione per tutti. Ed è festa, e non soltanto riposo, anche perché riguarda contemporaneamente tutti, è l´indicazione dell´esistenza di una comunità che ha i medesimi ritmi, respira assieme, si vorrebbe dire. Svilire o abolire la festa è lasciare l´uomo solo, sottrargli la consapevolezza del suo essere, volente o nolente, solidale con altri. Sottrargli il tempo.

La domanda da porsi, una volta accertata la specificità e necessità della festa - solo l´uomo fa festa, gli animali riposano ma non fanno festa - è allora: come usiamo la festa? È una questione che riguarda tanto i poteri pubblici ed economici che devono aver presente che cosa è la festa nel momento in cui programmano esempio aperture o chiusure di negozi e attività, quanto ciascuno di noi. Il documento del Papa è un invito ai credenti, ma pone una domanda a tutti riguardo al rischio che la festa diventi solo tempo vuoto, momento di disperazione e di spreco di sé. È un invito insomma a riflettere sulla qualità della vita individuale e collettiva, vera frontiera della postmodernità.

 

21/07/1997