Università Cattolica del Sacro Cuore

Chi risponde alle domande dei giovani?

Nei giorni scorsi uno che di cultura se ne intende come Armando Torno, ha lamentato sul «Corriere» che oggi stia prevalendo un «pensiero corto», legato agli interessi immediati, una ragione strumentale e tecnica la quale ostenta sfiducia nel valore della cultura come elemento cardine della formazione umana e via di liberazione e consapevolezza. A quale cultura si riferisse, lo rendeva esplicito citando il fatto che in America gli studenti rifiuterebbero ormai Platone e Aristotele. E se, come è stato giustamente detto, tutta la storia della filosofia occidentale non è altro che una glossa a Platone, ciò significa rifiutare le radici della nostra tradizione civile e ostentare disinteresse per i suoi svolgimenti, rinnegare la memoria collettiva, mettere a rischio - senza rendersene conto - l´identità comune e di ciascuno.

Può essere, ma quanti Platone e Aristotele sono stati dentro la nostra tradizione? Piuttosto che un rifiuto della cultura in generale mi chiedo se non siamo di fronte al rifiuto di un certo modo di intenderla, all´insoddisfazione per una specifica forma che la tradizione culturale ha assunto tra Otto e Novecento, alla resistenza a identificare la cultura con quella dei nostri maestri e dei maestri dei loro maestri.  Ricordiamo quale è il filo rosso che ha orientato i nostri passi e ordinato quello che altrimenti avrebbe potuto sembrare il labirinto della tradizione. In sostanza si tratta della celebrazione della nascita e ascesa dell´individuo, della liberazione dell´io da ogni vincolo non volontario, della sua capacità e del suo diritto di autonomia razionale e libertà personale. Tant´è vero che l´altro massimo protagonista di questa storia è il potere, sempre più astratto e impersonale.

Così, parallela all´ascesa dell´io è quella del cosiddetto stato moderno, biobifronte, benigno tutore dell´individuo e molto demoniaco pronto a schiacciarlo. Basta rileggere un qualunque manuale di storia per cogliere al di là della trama degli eventi questo grande racconto, mito fondativo della modernità. Ma gli scricchiolii avvertiti in questa costruzione di senso dagli osservatori più sensibili un secolo fa, sono ora divenuti senso comune della sua fragilità, esperienza quotidiana dell´io debole, diviso, invaso.  Come sempre più fragile e introvabile si è fatto il potere, incapace lo Stato, nel bene e nel male, di rappresentare l´assoluto tutto di fronte all´individuo. In questo scenario di crisi del mito fondativo della nostra lettura della tradizione non stupisce il rigetto della cultura, il rifugiarsi difensivo in un «pensiero corto». In realtà le cose non stanno nemmeno così. Il rifiuto non è corsa al suicidio, piuttosto esigenza di un altro pensiero.

Il Giubileo dei giovani ha messo tutti di fronte all´evento imprevisto di una mobilitazione gigantesca su un obiettivo religioso. Non importa qui riflettere sulla profondità di tale ispirazione, sugli equivoci e i miraggi che il numero può ingenerare negli adulti. I giovani a Roma hanno espresso più una domanda che una risposta. Ma tale domanda, che si sostanzia di molte delle parole d´ordine che furono già dei loro genitori negli anni ´60 - pace, amore, solidarietà - si indirizza ora a una religione, non si presenta come rivendicazione dell´io contro un ordine sociale e contro il potere e per soluzioni politiche utopiche, ma come ricerca e desiderio del tu, cioè di una dimensione di comunione, di una relazione «calda», tanto che il Papa è «un amico».

Da almeno un paio di secoli viviamo scissi tra razionalità e sentimento, tra l´esaltazione dell´io e nostalgia delle ragioni del cuore, incapaci di combinare stabilmente la prima e le seconde, i diritti dell´individuo e il suo essere profondamente e irrimediabilmente sociale, ben al di là di ogni riconoscimento e regolamentazione giuridica di ciò nella forma della cittadinanza e dello Stato. Basta guardare al ruolo straordinario che ha la passione amorosa nel nostro immaginario come forza travolgente e legittimante per rendersene conto. Fallito ogni altro «dio» terreno, indebolito ormai il «grande racconto» spacciato per verità, nella religione i giovani cercano la conciliazione fra libertà individuale e ragioni del cuore e della socialità.

E ciò accade solo in quella cattolica tra tutte le Confessioni cristiane perché è quella che meno si è identificata con la modernità. Proviamo allora a ripensare la nostra tradizione culturale in termini di costante rapporto fra io e noi, di storia dell´io in relazione a un noi ineliminabile e necessario all´io e dove piuttosto del potere si parli di una autorità autorevole. Vedremmo allora come un «pensiero caldo» possa sconfiggere il «pensiero corto».


24/08/2000