Università Cattolica del Sacro Cuore

E´ morto il padrino di Hollywood

Marlon Brando, ovvero le tre età dell´uomo nel secondo Novecento. Dapprincipio ci fu il giovane ribelle e sfrontato, il selvaggio con la moto, giubbotto nero e berretto di traverso, o quello in canottiera a esibire una virilità spudorata. Poi il ribelle aristocratico della prima maturità, l´ammutinato del Bounty, di nuovo avversario dell´ordine ma questa volta per disprezzo delle regole, non più per fame di vita. E infine la terza età, don Vito Corleone, il vecchio padrino. Ancora un fuorilegge, ma da patriarca che l´ordine lo impone a propria misura e che ormai non ha più avversari alla sua altezza. Solo la morte lo può sconfiggere. In realtà di film Marlon Brando ne ha girati a decine e tante parti le ha recitato anche nella sua vita privata. Forse alla fine, fisicamente sfatto, quasi mostruoso nell´aspetto, nemmeno lui sapeva più qual era, o se c´era stata, quella vera. Ma di questo un Altro giudicherà. Certo nella storia del costume del secondo Novecento pochi attori hanno avuto una presenza così forte e differenziata, hanno saputo indossare tante maschere diverse, hanno saputo raccontare tante storie ma, al tempo stesso, soprattutto rappresentare una stagione dell´umanità. Marlon Brando ha raccontato i modi dell´ascesa e del declino d´una mascolinità comunque sicura di sé, a dispetto degli anni e delle situazioni. Solitaria e spudorata fino al narcisismo, compiaciuta della propria virilità. Senza fragilità ma, alla fine, sostanzialmente sconfitta nelle sue storie. Muore come un qualunque povero pensionato, il Padrino, avido di sole e solitario tra i suoi pomodori maturi, simbolo di una natura gloriosa e indifferente al destino dei mortali. E seppur nel film non c´è, nemmeno l´ufficiale ribelle del Bounty saprà governare quelli che ritiene d´aver liberato. La storia ci dice che si ammazzeranno tutti tra di loro salvo uno, mentre la leggenda vuole che lui abbia trovato il modo di uno scampo individuale e di un segreto ritorno in Inghilterra. È una storia molto americana, una virilità molto americana, quella impersonata da Marlon Brando. È quella dei film western dove l´eroe è solo o condivide la propria sorte con un solo amico, soprattutto agisce nel vuoto sociale o contro la società, nel male o anche nel bene, come Gary Cooper sceriffo coraggioso per conto di tutti in «Mezzogiorno di fuoco». Ma, si sa l´America è il modello. E in Brando la rappresentazione arriva all´estremo. Le regole non contano. Nemmeno sul Bounty è questione di male o di bene, alla fin fine. Oggi non ci sarebbe più posto per una mascolinità simile, anche gli attori americani ci raccontano un mondo perplesso, in cui ci sono sentimenti piuttosto che passioni, incertezze e non arroganze, nemmeno sicurezze. Certo, anche allora vi erano versioni più raffinate e ironiche del machismo di Brando, come quelle di Humphrey Bogart o, per altro verso, di Paul Newman, ma oggi nemmeno travestiti da eroi omerici gli attori reggono la maschera di una corrusca virilità. Che ha piuttosto l´aspetto dimesso di un Kevin Spacey o di un Tom Hanks, protagonisti per caso e comunque consapevoli che l´avventura è nella vita quotidiana. Si è Ulisse a Dublino in un giorno qualunque come spiegava già Joice. E la disumanità non ha più l´aspetto incantatore delle sirene o quello terribile di Polifemo, così come essere uomini non significa più, all´inizio di questo millennio, proporsi contro o al di sopra di ogni regola. I semidei hanno fatto il loro tempo. Ci ricorderemo a lungo di don Vito Corleone, non c´è dubbio. Ma non ne proveremo rimpianto. E non solo perché, moralmente parlando, è un feroce mafioso. Sempre più, mi sembra, ci rendiamo di nuovo conto che nessun uomo è un´isola, che vivere significa convivere, che l´uomo moderno convinto di poter creare il proprio mondo da solo come Robinson Crusoe è solo un falso storico, che l´uomo è, e non può non essere, un animale sociale. Che non significa gregario o senza rischio di responsabilità. Anzi. Tanto più la società si sfilaccia, tanto più la tolleranza si declina come indifferenza, tanto più a ciascuno è chiesto di essere e master e commander, un ruolo che Marlon Brando non avrebbe mai saputo recitare.

02/07/2004