Università Cattolica del Sacro Cuore

Tutti vittime e protagonisti dei mass media

Le due sfortunate gemelline siamesi venute dal Perù a cercare una qualche via di scampo in Italia alla loro condizione senza speranza, sono morte entrambe durante l´intervento operatorio. E i media riflettono ora sulla propria invadenza, recitano il mea culpa per aver spremuto in tutti i modi la notizia, si battono il petto e con forza, soprattutto quello dei colleghi che si sono esposti di più. Sono scene cui abbiamo già assistito. Valga per tutti la tragica fine della principessa Diana la quale, dopo aver saputo manipolare in vita a proprio vantaggio i media nel suo scontro con marito e suocera, è stata sfruttata in morte da giornali e televisioni per esibire mesti rimorsi e grotteschi pentimenti. Ricordate quel titolo de «l´Unità» veltroniana in cui le si chiedeva perdono? Ma immaginate che l´intervento fosse riuscito, che la gemellina più forte ce l´avesse fatta.

Chi avesse trattato prima troppo brevemente la notizia, non sarebbe stato accusato poi di indifferenza, o magari di cinismo? La sobrietà non sarebbe apparsa come prova di cuore duro? Tanto più per le molteplici valenze che al successo si potevano attribuire. A scelta e secondo i gusti: dalla nuova sanità meridionale che funziona, con interviste al sindaco Orlando e alla ex ministro Bindi, ai prodigi della tecnica, obbligatoria una dichiarazione dei Premi Nobel Carlo Rubbia e Rita Levi Montalcini, fino all´eroico professor Marcelletti, adesso, nelle dichiarazioni dei colleghi, un avventuroso e uno sconsiderato, ma altrimenti un genio della cui amicizia onorarsi, con cui ricordare d´aver condiviso studi ed esperienze, e infine da inserire stabilmente tra gli ospiti del «Maurizio Costanzo show». È probabile che persino Giuliano Amato avrebbe trovato il modo di citarlo in qualche elegante metafora a sostegno della propria immagine e delle sorti del governo. Fermiamoci qui per non farci venire troppi cattivi pensieri.   

Il fatto è che giornali e televisioni offrono ciò che il pubblico chiede. Prima la favola bella, quella della principessa che fugge dall´abbraccio dell´orco Carlo e della strega Elisabetta, e pazienza se a salvarla sono amanti meschini e play boy coperti d´oro, o delle gemelline che vengono dal Terzo Mondo fino a noi, America dei poveri, a farci sentire bravi e potenti, e con una coscienza capace di interrogarsi sulla vita e sulla morte. Dopo, se la favola diventa incubo, lo scarico di responsabilità sui giornalisti stessi. Che non possono far altro che stare al gioco. Non si tratta di difendere una categoria, quanto di constatare che siamo tutti quanti parte di un meccanismo della comunicazione, a volta a volta vittime e protagonisti.    

Al di là di ogni mitologia, il giornalista non è il padrone del gioco, semmai ne è il servo, se non lo schiavo. Toccava a chi ha lanciato la notizia per fini suoi - di prestigio personale, di sollecitazione istituzionale, magari di autentica anche se ingenua compassione per quelle sorelline e i loro poveri genitori - riflettere su quanto faceva e, se del caso, smorzare ogni morbosità o illusione mediatica. Quando è morto Giovannino Agnelli, a parte che della malattia e delle cure si è saputo il minimo, il funerale si è svolto alle cinque del mattino per evitare amplificazioni giornalistiche. Eppure gli ingredienti per la favola triste e l´apologo moralista da sparare in prima pagina c´erano tutti: l´uomo predestinato al successo, stroncato da una forza persino ai potenti superiore, la giovane moglie e la figlia piccola, il patriarca colpito là dove mai si sarebbe aspettato d´esserlo. Ma la scelta dei protagonisti fu quella del silenzio e della discrezione, e i giornalisti si adeguarono, e con loro l´opinione pubblica. I giornalisti vittime dunque? Nemmeno questo è vero. Piuttosto, come gli ignavi dell´inferno dantesco, che per non aver saputo scegliere in vita sono costretti a seguire incessantemente una bandiera, così loro e tutti noi come società per aver lasciato indebolire progressivamente la nostra capacità di discriminare bene e male, aver confuso sincerità e verità, aver giurato sulle passioni come unica autenticità, finiamo per dover seguire ogni ricatto emotivo e per essere vittime nel giudicare del risultato, piuttosto che giudici del significato e responsabili dell´agire. A risentirci al prossimo caso.


30/05/2000