Università Cattolica del Sacro Cuore

Gli anni della dittatura, una questione aperta

Sono passati ormai quasi sessant´anni da quel 25 luglio 1943 che segnò la fine del regime fascista, il quale era durato nemmeno ventun anni interi, solo un quinto del nostro Novecento. Eppure quel breve periodo, con la sanguinosa coda di venti mesi tra ´43 e ´45, non cessa di interrogare e stimolare la nostra memoria molto più di quanto non facciano gli altri ottant´anni del secolo.

Impossibile a ripetersi come tutte le forme totalitarie dell´età delle ideologie per mille ragioni - e la fine delle ideologie ne è la prima, la crisi dello Stato nazione la seconda - il fascismo non accenna a sbiadire davvero in un passato che pure ha inghiottito e neutralizzato tante passioni e tante scelte della nostra storia recente.

Quelle nazionaliste di inizio secolo ad esempio, o l´attaccamento alla monarchia per cui pure votò, in occasione del referendum, ancora quasi la metà degli italiani. Persino quelle stesse passioni e ragioni che plasmarono la nostra carta costituzionale, di cui non a caso nessuno chiede più la compiuta realizzazione, bensì tutti per tanto o per poco la riforma, ci sollecitano in modo altrettanto forte che il fascismo. Perché questo accada non è però troppo difficile da capire.

Il fascismo è un rovello segreto della nostra coscienza nazionale, qualcosa di cui non possiamo non vergognarci, perché da noi ci rendemmo sudditi di una dittatura da cittadini che eravamo, e che però non ci soddisfa si è ridotto tutto sotto quel segno di vergogna col dichiararcene estranei, se non per scelta allora, almeno poi per età, credo ideale, gusto. Sentiamo, più o meno oscuramente, che non possiamo cavarcela né liquidandolo come malattia morale da cui saremmo risanati, né come faccenda altrui, né come sopruso di una minoranza, come pure dapprincipio in parte fu e vorremmo fosse rimasto, né riconoscendoci nei pochi che si ritrassero, come implicitamente propone Giorgio Boatti (“Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini”, Torino, Einaudi, 2001) costretto alla fine ad ammettere che si elude in tal modo la storia più generale della cultura sotto il fascismo.
Il problema non riguarda soltanto la memoria di chi quella esperienza ha vissuto e ha dovuto continuare a farci i conti fino ad oggi.

Che anzi la pubblicazione di libri come quello di Roberto Vivarelli sulla sua adolescente partecipazione alla Rsi (“La fine di una stagione. Memoria 1943-1945”, Bologna, Il Mulino, 2000) o di Luca Canali sul contorto modo di distanziarsene (“Cronache di vita vissuta”, Milano, Ponte alle Grazie, 2000) testimoniano l´esistenza di un pubblico più ampio sensibile a questi temi. D´altro canto l´ostilità rabbiosa nei confronti delle ricerche di Renzo De Felice, che andavano mostrando il consenso larghissimo ottenuto dal regime fino al 1936, proprio da questo loro dichiarare apertamente che il fascismo ci aveva riguardato tutti come Paese, proveniva. E perché ciò evocava in effetti nella nostra coscienza nazionale altri fantasmi. Soprattutto confermava quel complesso di inferiorità che dall´Ottocento in poi ha fatto tutt´uno con la nostra identità, quel nostro sentirci figli di una nazione che arrivava tardi, e nemmeno sapeva apprendere bene dai maestri inglesi e francesi che si era data, e di cui appassionatamente ricercava l´approvazione, quella lezione del moderno “che deve diventare nostro”.

Come scrisse De Sanctis a conclusione della sua “Storia della letteratura italiana” apparsa nel 1871 e destinata a codificare fino ad oggi il nostro passato e futuro, posta come è stata all´origine di ogni progetto culturale forte, da quello liberale dapprima, a quello comunista poi (la famosa linea De Sanctis-Croce-Gramsci). E che di quel complesso restava prigioniera anche quando immaginava di riscattarsene evocando diverse superiorità. A che altro rispondeva l´esaltazione di un´Italia romana cui il fascismo sempre più si appassionò, se non al desiderio di trovare un fondamento radicalmente alternativo per una modernità diversa da quella delle democrazie ma con esse concorrente? E che altro vi fu anche poi nel ricorrente tentativo di far assurgere a modello generale il terzomondismo fanfaniano o la cosiddetta via italiana al comunismo? Ma ecco allora che il fascismo continua a inquietarci perché lungi dall´essere una deviazione rispetto alla storia d´Italia sempre più ci appare come un possibile coerente svolgimento d´essa, qualcosa impastato dei materiali da cui la nostra intera storia è fatta, un esito fallimentare, ma delle medesime idee e pregiudizi che in diverso contesto continuiamo a credere riguardo a noi stessi.

Mussolini erede e interprete di preoccupazioni e modi di pensare condivisi dunque, con “molti punti di contatto con la tradizione sovversivo-patriottica risorgimentale italiana e con quella di certo radicalismo democratico nazionale”, il fascismo non un “arcaismo premoderno” ma “in piena sintonia con i caratteri radicalmente nuovi assunti dalla politica di massa all´inizio del secolo” e “in risposta quindi alla modernità e alle sue sfide politico-esistenziali”, come scrive in una recente e brillante biografia del duce Alessandro Campi (“Mussolini”, Bologna, Il Mulino, 2001).

E riconosce in un´ampia sintesi Salvatore Lupo (“Il fascismo. La politica in un regime totalitario”, Roma, Donzelli, 2000) il quale prova tra l´altro come la storiografia tutta abbia ormai metabolizzato le affermazioni di De Felice e si ponga, scontato il problema del consenso, piuttosto quello delle logiche interne di un esperimento sempre più prigioniero dei suoi presupposti e condannato, proprio perché non democratico, a rivelarsi irreformabile e inarrestabile per i suoi stessi protagonisti fino alla catastrofe finale.

Che è forse il modo per combinare finalmente la coscienza dell´appartenenza, anche ideale, del fascismo alla nostra storia con quella della sua specificità temporale, il nostro comune, come italiani, esserne stati e parte e vittime. Forse domani finalmente liberi.

26/07/2001