Università Cattolica del Sacro Cuore

La vera posta in gioco è restare giusti e civili

Ha detto bene il politologo americano Edward Luttwak: la questione più grave non è l´atto, ma la risposta che gli si darà. Su un errore da parte americana e dell´opinione pubblica occidentale infatti sperano perversamente coloro che hanno compiuto gli attentati e ci hanno imposto una condizione di guerra in tempo di pace.

Da un punto di vista strettamente militare questa tremenda strage non ha in effetti nessun significato, non porta ad alcun vantaggio per chi l´ha voluta. Anzi. E però chi ha potuto mettere in campo uomini tanto motivati da accettare il suicidio, e curare la preparazione di un´operazione così complessa da ogni punto di vista, non può non aver pianificato i passi successivi, i suoi e quelli dell´avversario, cioè i nostri.

 I suoi non possono essere molti per la verità. Andar oltre un simile livello di violenza e morte è infatti possibile sostanzialmente in un solo modo, facendo scoppiare una bomba nucleare. L´orrore di ieri al confronto impallidirebbe, ma, di nuovo, da un punto di vista militare, un simile atto di per sé non porterebbe da nessuna parte.

L´America di oggi non è il Giappone di cinquant´anni fa, né questa guerra una guerra fra Stati. Chi ha attaccato sa bene di non poter vincere una guerra tradizionale. Né la vuol combattere. Non per niente non vuol farsi identificare. Una procedura necessaria se volesse imporci delle condizioni o una resa. Allo stato infatti non sapremmo nemmeno a chi, in ipotesi, arrenderci, o a che patti capitolare. Il nostro nemico mantiene un silenzio assoluto su di sé e i suoi obiettivi.

Non immaginiamoci che sia sgomento per quanto ha fatto, o impaurito dalla unanimità delle reazioni negative. Le ha messe tutte nel conto. Io credo in effetti che una rivendicazione non ci sarà, né ora né mai, non di questo atto, non di altri che purtroppo accadessero. O forse ci sarà solo, paradossalmente, il giorno che a chi ha voluto lo sterminio a New York e Washington rimarrà come ultima disperata arma prima della sconfitta finale il farsi temere con il ricordo del male che ci ha saputo fare. E ciò perché il silenzio e il mistero sono suoi alleati.

Ci lasciano infatti soli con i nostri incubi, e chi ha ucciso vuole che siamo noi a dar corpo alle ombre e le ingigantiamo, fino a farcene spaventare da soli, e nel buio cominciamo a dar colpi a caso, a nemici che sono tali perché noi ce li siamo inventati come tali. E diamo tanti colpi, magari perché esasperati da altre stragi, e a tanti che alla fine perdiamo la ragione e provochiamo disastri e caos a nostra volta, e solleviamo sempre nuovi nemici e ci dividiamo fra noi, fino a una apocalisse nella quale la nostra civiltà, invincibile per altra via, si distrugga con le sue stesse mani.

Quando il Papa si preoccupa che, come ha detto, non prevalga la spirale dell´odio e della violenza, non sta facendo un discorso buonista, non ci sta propinando la religione come oppiaceo di fronte al dolore, né vuol farci chiudere gli occhi di fronte al male, o accomunare, come anima bella, vittime in cerca di giustizia e sicurezza e carnefici. Sta fissando con preoccupazione il rischio che nello spasimo del dolore e dell´offesa noi facciamo di ogni erba un fascio, concludiamo che ogni diverso da noi è un nemico e che con lui prima si spara e poi si discute.

E, guarda caso, un uomo esperto come il ministro Ruggiero, a sua volta, dice: non vogliamo creare una guerra di religione o di civiltà. È chiaro, dobbiamo colpire e ridurre all´impotenza chi ci vuole morti o pazzi, ma per far ciò non si devono demonizzare Stati o religioni. La sfida sarà durissima, dobbiamo saperlo, perché la posta è altissima. La vinceremo solo se non rinunceremo ad essere noi stessi, forti ma giusti, democratici e tolleranti. È questa la nostra vera potenza come civiltà, questa la sfida che dobbiamo lanciare a chi ci vuole piuttosto fanatici e schiavi come lui, e un mondo a sua orrenda immagine.


13/09/2001