Università Cattolica del Sacro Cuore

Docenti a tempo: anche così l´università non cambia

L´altro giorno è stato rivelato un nuovo progetto di ordinamento degli studi universitari detto a Y, ovvero fatto di due gambe su un tronco comune. Dopo il primo anno gli studenti dovrebbero scegliere, secondo i risultati ottenuti, se orientarsi alla gamba più breve e più facile prevista di altri due anni, o alla gamba più lunga e impegnativa di quattro. Ieri è stato invece prospettato un progetto di riforma della docenza universitaria. Ci dovrebbero essere periodicamente delle commissioni nazionali di abilitazione all´insegnamento universitario dalle cui liste le università trarrebbero poi i propri docenti mettendoli alla prova di due trienni di insegnamento al massimo e con la possibilità, alla fine del secondo, di non confermarli togliendo loro l´insegnamento stesso. Inoltre verrebbe raddoppiato, rispetto all´attuale, il tempo obbligatoriamente destinato alla docenza. Si prevede infine, se pur in termini ancora molto generici, che aumentino borse di studio e opportunità di ricerca per coloro che intraprendono la carriera universitaria. Quali siano i problemi cui la commissione di riforma sta cercando di porre rimedio è abbastanza evidente. Il corso degli studi cosiddetto 3+2, dove tre sta per gli anni per arrivare a una laurea professionalizzante, e due per la cosiddetta successiva laurea specialistica, pur non ancora entrato pienamente a regime si sta dimostrando però già deleterio per la preparazione degli studenti. Spingendo, ed è una tragica responsabilità dei governi di centrosinistra, l´Università a rapportarsi in modo quasi esclusivo al mondo del lavoro; imponendole di creare direttamente dei professionisti per determinate e ben delimitate funzioni - e non dei laureati almeno moderatamente versatili che avrebbero poi fatto le loro scelte professionali formandosi o sul lavoro o studiando in modo più mirato e specifico - il sistema del 3+2 ha invitato le università a moltiplicare i corsi di laurea, e gli indirizzi all´interno di ciascuno, e i curricula all´interno di questi, col risultato di una frammentazione e sminuzzamento allucinante delle discipline. Invece del corpo e metodo fondativo di ogni sapere si devono insegnare, per differenziare «professionalizzando», curricula, indirizzi e corsi, le particolarità e gli svolgimenti marginali entro il corpo stesso, in insegnamenti che non sono più annuali ma semestrali (30 ore), proprio per aderire quanto più possibile alle differenti istanze professionalizzanti. Il risultato desolante è sotto gli occhi di tutti: poche letture e affrettate (gli esami incalzano), poco tempo e modo di afferrare i fondamenti, un´informazione piuttosto che una formazione. Non avendo il coraggio di cancellare il mal fatto (erano pur sempre colleghi quelli che l´hanno pensato!) con il sistema ad Y, si vuol offrire una via d´uscita stabilendo nei fatti un 1+2 e un 1+4. Potrebbe anche funzionare, ma chi avrà la forza di resistere alle proteste studentesche degli esclusi dalla via più difficile e per ciò classificati esplicitamente come meno dotati (perché a loro è detto esplicitamente è rivolto il 3), e ai Tar che imporranno le iscrizioni al +4, come oggi impediscono volentieri di selezionare all´ingresso gli aspiranti medici? E chi garantirà della qualità delle singole università? Gli stessi problemi e impacci riaffiorano nel progetto di riforma del sistema della docenza. Anche adesso dopo il primo triennio in ruolo i professori sono valutati da una commissione nazionale di conferma cui presentano anche un giudizio sulla propria attività didattica votato dalla facoltà. Il meccanismo esiste già dunque. E quanti sono i docenti che si vedono rifiutare la conferma? Certamente meno dello 0,1%. Domanda, allora: perché nel nuovo sistema la situazione dovrebbe cambiare? Dove sono le ragioni per le quali in una facoltà si dovrebbero scatenare guerre ferocissime per cacciare un docente mediocre che però, se è arrivato lì, ha evidentemente una rete di relazioni che lo tutela? E non dopo tre ma addirittura dopo sei anni? In aria volerebbero solo gli stracci. E la prevalenza del cretino sarebbe confermata. O si scardina l´attuale sistema e si rendono i docenti e le università davvero responsabili della qualità dell´insegnamento e della ricerca di fronte agli studenti e alla società, e il primo passo per questo è l´abolizione del valore legale del titolo di studio e l´apertura di una esplicita concorrenza fra le università rendendole confrontabili esplicitamente sulla qualità - valutabile per risorse, uomini, strutture, progetti, consapevolezza culturale e così via - o tutto questo riformare sarà un tutto cambiare perché nulla cambi. E poiché dopo l´Y rimane solo la Z, se non si sa o vuole fare speriamo almeno che questo sia quasi l´ultimo degli inutili progetti.

24/01/2003