Università Cattolica del Sacro Cuore

Giolitti, padre del riformismo senza riforme

Nato nel 1842, morto nel 1928, il piemontese Giovanni Giolitti attraversa tutta l´età liberale, per morire quando il regime fascista è ormai consolidato. Attraverso di lui si possono dunque cogliere gli svolgimenti culturali e politici di una parte almeno della classe dirigente liberale italiana. Formatasi nell´esperienza esaltante dell´Unificazione, amalgamata dalla comune scelta sabauda, ma anche testimone della crisi delle speranze riposte nella Terza Italia, quella laica e progressiva che nella conquista di Roma aveva visto non solo il coronamento del Risorgimento ma la possibilità di un nuovo inizio della storia nazionale, tale classe dirigente si trovò a governare un paese molto diverso da quello che aveva immaginato. Fatta l´Unità, creato il regno, si scopriva infatti che esso era scollato fra paese reale e paese legale come fra Nord e Sud, e che la renitenza cattolica a un impegno politico parlamentare quale protesta per la dissoluzione della potestà temporale dei papi si accompagnava alla crescente presa del socialismo. Era quello, poi, uno Stato che, l´aveva dimostrato già il penoso comportamento militare nella terza guerra d´indipendenza del 1866, doveva constatare la distanza fra le proprie pretese di potenza e la realtà di debolezza rispetto alle nazioni più forti d´Europa. Le quali erano poco propense, salvo quando la cosa potesse inscriversi nei propri piani, a riconoscere all´ultima arrivata una parità di rango. È difficile oggi rendersi conto di quanto fosse drammatica, per non dire angosciosa, la condizione di quel ristretto ceto che aveva scommesso sull´Italia unita in quel modo e secondo quella cultura. È l´antico rivoluzionario Crispi con la sua politica di azzardo internazionale e di brutale spinta al cambiamento economico, così come di controllo e repressione sociale condite da iniziali preoccupazioni di trasformazione sociale gestite da uno stato sempre più presente (il Ministero dell´Interno, ebbe a dire una volta, è il ministero della previdenza e provvidenza non solo della polizia), a rappresentare forse meglio di ogni altro politico del tempo tale angoscia e la scelta di liberarsene attraverso una fuga in avanti nella speranza che la realtà seguisse i desideri. La catastrofe coloniale di Adua nel 1891 che segna la fine del periodo crispino è per molti versi emblematica del fallimento di tale politica. Così come lo saranno pochi anni più tardi i moti di Milano del 1898 per la strada alternativa individuata dal medesimo ceto al fine di raggiungere quegli stessi risultati, economici e politici, che soli, alla fine, avrebbero legittimato la sua pretesa d´essere classe dirigente e di governo. Il fallimento d´una politica di reazione ai mutamenti e alle inquietudini simboleggiata dalla formula del «torniamo allo Statuto», e imperniata sul pugno di ferro nei confronti delle classi popolari e sul dispregio dei partiti incoraggiato dalla Corona stessa, si risolse infatti nella resa di Di Rudinì e Pelloux e nella accettazione della necessità di un profondo rinnovamento di prospettiva e di cultura. Complice poco dopo anche l´assassinio di Umberto I che faceva salire al trono un re che dubitava, secondo i contemporanei, della sua stessa funzione (se non è monarchica lei, maestà, come posso esserlo io, avrebbe detto a Vittorio Emanuele III un politico del tempo) e non intendeva, almeno allora, assecondare scelte di conflitto sociale esasperato. Fu allora che arrivò il tempo di Giovanni Giolitti e di quei liberali più pragmatici e, per formazione ed esperienze, più inclini a gestire il mutamento che a contrastarlo o torcerlo con la forza ai propri desideri. Il far politica, disse una volta Giolitti, è come l´auscultazione del malato da parte del medico al suo capezzale. Si devono spiare i sintomi, e intervenire per quanto è possibile, assecondando le capacità del malato di riprendersi senza immaginarsi di aver poteri taumaturgici e senza illudersi che la situazione sia diversa da quella che è, insomma. Giolitti, formatosi nella pratica burocratica al Ministero della Giustizia e poi delle Finanze, e divenuto deputato nel 1882 non aveva avuto dapprima grandi successi. Ministro del tesoro con Crispi nel ´98, si dimise non condividendone la politica di spesa. Per il sostegno della corte messo a capo del governo nel ´92, accusato di aver pesantemente manipolato le elezioni di quell´anno e travolto dallo scandalo politico-finanziario della Banca Romana l´anno seguente, per evitare un possibile arresto si esiliò nel ´94 nei pressi di Berlino. Solo nel ´97 la sua stella, di liberale di sinistra, ricominciò a brillare e dopo esser stato ministro dell´Interno nel 1901 con Zanardelli gli successe al governo nel 1903, tenendolo con brevi interruzioni fino alla vigilia della prima guerra mondiale. È questa la cosiddetta età giolittiana, il tempo in cui, grazie anche alla floridezza dell´economia internazionale, si ebbe un significativo sviluppo dei ceti cittadini, come dell´industria e delle condizioni di vita e tutela degli operai, pagato - è vero - da una straordinaria ondata di emigrazione contadina. La strategia di Giolitti fu costantemente quella di presentarsi come colui che era capace di mediare fra spinte e controspinte, evitando prese di posizione teoriche e riconducendo alla necessità fattuale le scelte di riforma e le concessioni alle esigenze della nuova classe operaia e alla nuova condizione del paese. Allo stesso modo concesse l´avventura libica nel 1911 per far sfogare le smanie nazionaliste, fece accettare nel 13 il suffragio universale, nello stesso anno concluse il famosissimo «patto Gentiloni» con cui i cattolici rientravano nel gioco politico accanto ai liberali. In una decina d´anni l´Italia, quasi insensibilmente, si trasformò, divenendo più democratica e più moderna, superando i tabù della cultura liberale, si trattasse del rapporto coi cattolici o dell´intervento dello Stato nell´economia e nel diritto del lavoro. Non per niente gli stessi storici hanno parlato talvolta del giolittismo come di un riformismo senza riforme. Formula, credo, che Giolitti avrebbe preso come il miglior complimento alla propria pazienza e sagacia. Nulla poté però quando i demoni che aveva tenuto sotto controllo assunsero una dimensione europea. Lo scoppio della guerra, cui era fermamente contrario, segnò in sostanza la fine della sua stagione e con lui finì anche la capacità di mediazione e adattamento di un´intera classe dirigente e di una forma dello stato e della società, come l´ascesa del fascismo avrebbe dimostrato. E così più quella figura si allontana nel tempo, più ne risalta la grandezza e l´eccezionalità nel panorama italiano. Vien da chiedersi se il suo unico ideale successore non sia stato, nel contesto di altre contrapposizioni e crisi, di altri accompagnamenti e transizioni, un altro grande sconfitto, Aldo Moro. Come se la politica italiana non sopportasse troppo a lungo le virtù della medietà, del riserbo, della mediazione, di un disincanto purtuttavia fattivo. Riflessioni ed esempi che forse non guastano nel tutt´affatto diverso clima dell´odierna politica italiana.

17/09/2003