Università Cattolica del Sacro Cuore

L´università che spegne i cervelli

«La riforma Berlinguer dell´Università approvata qualche anno fa» dal governo dell´Ulivo, «da un ministro incompetente assistito da consiglieri incompetentissimi, era la peggiore che abbia mai funestato le facoltà di Lettere e Filosofia e i professori» e studenti «delle sventurate università italiane». Questo si leggeva nei giorni scorsi su un quotidiano nazionale: di destra, penseranno i lettori deprecando la violenza del tono, becero strumento di incolta campagna elettorale. Errore: lo diceva l´oracolo della sinistra intelligente, lo scriveva Piero Citati sull´insospettabile di sentimenti berlusconiani «La Repubblica». Non ricordo che, al suo apparire, la riforma con l´introduzione del cosiddetto «tre più due» (tre anni di laurea di base cui possono seguire due di laurea «specialistica») fosse stata giudicata tanto severamente dal medesimo giornale. Ma difficilmente il centrodestra potrà vantarsi di questa radicale sconfessione. Il ministro Moratti non l´ha mai criticata la riforma Berlinguer, anzi l´ha elogiata e il suo gruppo di consiglieri, forse simile a quello del predecessore, ha lavorato tutti questi anni a perfezionarla quando la si sarebbe potuta bloccare ancora sul nascere tre anni fa. Perché l´effetto di fondo della riforma, vale a dire l´abbassamento tragico del livello degli studi e della preparazione degli studenti, la stragrande maggioranza di chi lavorava nell´università l´aveva previsto da subito. Senza entrare nelle specificazioni tecniche della riforma, basterà ricordare che la spinta a frammentare i corsi di laurea e gli insegnamenti - che sollecitavano i peggiori istinti corporativi dei professori, va pur detto - con la scusa di fornire lauree più aderenti alle esigenze del mercato del lavoro, così come la riduzione degli anni da quattro a tre, non potevano che dare questi risultati, e non solo a Lettere. Moltiplicare i corsi e gli indirizzi, spezzettare i corsi annuali in semestrali avrebbe fatto sì, come puntualmente è avvenuto, che agli studenti si finissero per dare non le solide basi generali delle diverse discipline, ma, a scapito di queste, tante specificazioni particolari, e diverse per ogni indirizzo, delle medesime. Paradossalmente una riforma che avrebbe voluto semplificare gli studi era concepita così da specializzarli e da privare di fatto gli studenti di quelle competenze generali sulle quali avrebbero potuto poi organizzare, e sempre di nuovo riorganizzare e accrescere con flessibilità secondo le esigenze e le condizioni del loro lavoro, le proprie conoscenze. Ma, si dirà, i professori avrebbero ben potuto opporsi, nei fatti almeno, mantenendo alto il livello di conoscenza richiesto agli studenti. Vero, ma solo fino a un certo punto. Se, per fare un esempio possibile, io insegno Storia della Lombardia moderna, posso ben propormi di chiedere molto; ma se in quel corso di laurea l´insegnamento di Storia moderna generale è stato ridotto a 30 ore e gli studenti vi hanno potuto leggere solo un manualino di 250 pagine, come potranno comprendere le specificità della storia lombarda? Mi verranno a dire - e succede, succede - che non sono in grado di capire il tal saggio, che l´esame è troppo difficile. E così via. Posso resistere, è vero, ma la felice continuatrice dell´incompetente Berlinguer non vuole. Perché uno dei problemi cui la riforma doveva porre rimedio era la presenza di tanti fuoricorso. I dotti consulenti di Berlinguer, che evidentemente vivevano sulla Luna, pensavano che riducendo a tre anni la durata degli studi, rinnovati come detto, questi sarebbero scomparsi. Senza rendersi conto che il fenomeno dei fuoricorso dipendeva da molti fattori che con la lunghezza o severità degli studi poco avevano a che vedere. C´era chi cominciava a lavorare, chi programmaticamente decideva di prendersela comoda, chi gli esami li tentava - tanto, in Italia, non c´è limite al fatto di rifarli; in Svizzera, ma vincoli simili ci sono in molti Paesi, se uno è bocciato tre volte a un esame deve ricominciare da capo il corso degli studi -; donne che avevano figli e aspettavano che questi crescessero per rimettersi a studiare, e così via. Poiché il miracolo della scomparsa dei fuoricorso non si è realizzato, la solerte ministro Moratti e i suoi acuti consulenti hanno stabilito - e sarà norma fra breve - che la presenza in una università di fuoricorso dimostra la scarsa qualificazione della medesima, la quale dunque verrà punita con una diminuzione dei finanziamenti e con altre penalizzazioni. Se non è un invito a delinquere questo, cioè a promuovere indiscriminatamente, tanto il titolo conseguito ha lo stesso valore comunque, non so cos´altro lo sia. Questo è forse il caso di demenza e presunzione burocratica più clamoroso, ma se ne potrebbero portare altri. E se anche chi questo perverso sistema l´ha avviato oggi lo critichi, è forse buon segno. Convinta la sinistra, speriamo però si convinca anche la destra e faccia piazza pulita di un sistema che ci costerà moltissimo, alla lunga, in termini di dequalificazione. E allora altro che fuga dei cervelli, pur sempre una prova di eccellenza. I cervelli li dovremo importare, perché i nostri avranno smesso di funzionare.

21/06/2004